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Heysel
22 December 2005 @ 17:52

Heysel

"LA VERITA' SULL'HEYSEL"
LA RECENSIONE AL LIBRO

Stadio Heysel di Bruxelles, 29 maggio 1985. E’ la finale di Coppa dei Campioni, a contendersela ci sono Juventus e Liverpool. Prima del fischio d’inizio si compie una delle più gravi stragi che il calcio e lo sport abbiano mai conosciuto. La furia ubriaca di un gruppo di hooligans inglese si avventa sui tifosi juventini posizionati nel settore Z dello stadio. 39 i morti, di questi 32 sono italiani. C’è anche un medico aretino di 31 anni, sposato e con due piccoli figli. Il suo nome è Roberto
Lorentini. Ha affrontato la lunga trasferta in Belgio con il padre Otello. Ma Roberto muore, mentre stava tentando di soccorrere un ferito. Per questo motivo gli verrà conferita la medaglia d’argento al Valor Civile alla memoria dalla residenza della Repubblica Italiana.
Il signor Otello si fa in seguito promotore della creazione dell’«Associazione delle vittime dell’Heysel». Tutto il materiale conservato negli anni con cura certosina dal padre di Roberto è stato trasformato in un libro, grazie alle capaci e sensibili mani di Francesco Caremani, giornalista aretino amico dello stesso Roberto Lorentini, che conduce il lettore alla ricerca delle verità su quella strage.
Leggendo il libro di Caremani non si sa più se piangere o se prendere a pugni il libro... tanta è la rabbia!
Già, perché immergendosi nella lettura si scoprono tutti i retroscena di quella
strage. Ma, come se non bastasse, si scopre tutto il male che è stato commesso verso quelle 39 vittime negli anni a seguire, attraverso una vergognosa e infamante serie di processi e di scontri, che hanno portato solo ad un responso: dimenticare, dimenticare tutto.

Tutti hanno voluto dimenticare la tragedia e i suoi morti: l’Uefa, il Belgio, la
JUVENTUS, e la città di Bruxelles, la polizia. Come se nulla fosse successo,
impedendo spesso la possibilità di commemorazioni. Hanno addirittura cancellato lo stadio, ricostruendolo e cambiandogli nome, nella speranza di eliminare anche il ricordo di quella tragica sera.

La realtà è che nessuno ha mai voglia di parlarne. Come fosse un ricordo
ingombrante. Ma Francesco Caremani non ha avuto peli sulla lingua. Ha messo
nero su bianco tutta la verità, nuda e cruda, a volte anche un po’ forte, ma
certamente una verità onesta.
Il libro è scritto con il cuore. Ed è questa la cosa più importante. O, come ha
scritto Roberto Beccantini, l’autore della prefazione, è stato scritto «senza astio, senza paura, senza secondi o terzi fini. Pane al pane».

Il libro si apre con le testimonianze di chi c’era, quel giorno e in quel luogo
d’inferno. Sono testimonianze taglienti, vere, assolutamente e incredibilmente
autentiche. Incredibilmente, sì, perché tutto sembra così assurdo e impossibile.
Testimonianze che portano profonde riflessioni a chi legge, che cercano di entrare nel racconto, di incrociare i vari ricordi e provare a immaginarsi quelle scene: l’insulso odio degli hooligan, i corpi accatastati, l’avanzare degli inglesi che lanciano per aria gli effetti personali dei tifosi esanimi. Uno sfregio alla persona e alla sua dignità.

E poi la partita, giocata ugualmente nonostante TUTTI sapessero e tutti
conoscessero esattamente cosa era successo. Un rigore inesistente, l’agonia
della premiazione, mentre il sangue è ancora fresco al suolo del settore Z, e poi solo la voglia di sparire. Ma le immagini DEL GIRO D'ONORE CON LA COPPA IN MANO sono una scena da brivido, una scena da cancellare dalla storia dello sport, se ancora di sport si può definire. E in questo caso proprio non si può. La coppa, come ha giustamente scritto qualcuno, doveva essere lanciata verso la tribuna, verso i dirigenti dell’Uefa che hanno voluto quello stadio e quella vergognosa organizzazione. Le famiglie delle vittime ancora oggi chiedono una simbolica rinuncia a quella coppa, in modo che risulti, per sempre, «non assegnata».

Dopo il danno, la beffa. Che inizia a strage non ancora conclusa.
Perché i corpi vennero sezionati come maiali per l’autopsia e non ricuciti? Perché in Italia qualcuno pianse sulla bara di un altro tifoso? Perché gli oggetti personali furono portati via dai cadaveri? Una storia purtroppo di soli 18 anni fa. Non siamo mica nel medioevo. E neanche nella Spagna della Controriforma. Siamo nel XX secolo, nella democratica e civilissima nazione belga, cuore politico della costituenda Unione Europea. Non nella struttura sperduta di un paese del terzo mondo.
L’Associazione fondata da Otello Lorentini ha anche condotto una battaglia legale, si è aperta un’inchiesta, c’è stato un processo, delle inutili sanzioni, degli umilianti risarcimenti. Ma soprattutto c’è stata l’indifferenza e la totale mancanza di rispetto nei confronti di 39 vittime. Che ancora oggi chiedono giustizia. Impossibile chiedere perdono, sicuramente non con queste premesse e non con questo sfondo.
Tutte queste sensazioni, tutte queste testimonianze sono il sale stesso del libro di Caremani. Un libro – verità che sarà sicuramente scomodo per qualcuno, ma necessariamente vero e necessariamente dovuto. Già, proprio dovuto, perché questo libro era, ed è, un doveroso omaggio verso quelle 39 vittime. Che se non hanno avuto giustizia in un aula di tribunale, hanno comunque il diritto di far sapere a tutti la loro storia. Per avere una giustizia morale, perché la gente sappia e perché le verità non rimangano nascoste, così come molti hanno fatto e continuano a fare.
Qualcuno, un giorno, ha giustamente scritto che «nessuna persona è morta finché vive nel cuore di chi resta». E se chi resta ha il cuore di Otello Lorentini e la capacità di Francesco Caremani di tradurre questi sentimenti in inchiostro,
possiamo stare tranquilli.
Sono certo che Roberto, così come gli altri 38 tifosi del settore Z, rimarranno vivi nel cuore di chi leggerà le pagine del libro di Francesco.
E allora mi piace immaginarli sugli spalti dell’Olimpico il 22 maggio 1996, come se nulla fosse successo, a festeggiare la prima e unica Coppa dei Campioni della storia bianconera.
Così come dovrebbe essere per una partita di calcio. Perché, come giustamente ci trasmette Andrea Lorentini nella sua bella e intensa presentazione, il calcio è vita.
Non dimentichiamolo, mai.

(In chiostro sportivo - La Stampa web - www.lastampa.it) oltre che l'autore (Andrea Parodi)


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L’intervista a Francesco Caremani
Francesco Caremani si occupa di giornalismo sportivo, di calcio in particolare, sin dal 1994 quando ha iniziato a lavorare per il Corriere di Arezzo, sua città natale.
Dopo cinque anni di Calcio2000, il mensile di Marino Bartoletti, è uscito dal guscio ed è diventato freelance. Collabora con numerose testate, tra le quali Avvenire, il Riformista, l’Unità, Diario, Guerin sportivo, Controcampo, CalcioGold e Basket&Basket. Grande appassionato di storia, relazioni internazionali, politica e poesia, la sua silloge «Giorni» è stata pubblicata nella raccolta Orizzonti, edita da Libroitaliano. Sposato con Lucia e padre di Alice, è tornato a vivere ad Arezzo, dopo 5 anni vissuti a San Lazzaro di Savena, Bologna. Ha già pubblicato libri sportivi con la Sagep, Bradipolibri Editore e Libri di Sport Edizioni.
D:Francesco Caremani, nella premessa al suo libro dice che questo è il libro che non avrebbe mai voluto scrivere, ma contemporaneamente aggiunge che è il libro al quale tiene di più. Può spiegarci questo contrasto?
R: Da un punto di vista umano è un libro che non avrei mai voluto scrivere perché naturalmente non avrei mai voluto assistere a una strage come quella ell’Heysel.
Ovviamente ci sono precise ragioni umane. Io dovevo essere lì, proprio nel settore Z, con i Lorentini. Ma è un libro al quale tengo moltissimo, proprio per questi motivi umani, che mi legano a Roberto e al suo ricordo.
D: Il libro è nato grazie al fondamentale materiale raccolto negli anni da Otello
Lorentini. Come è avvenuto questo passaggio?
R: Sì, esattamente. E non finirò mai di ringraziarlo. Un giorno che ne stavamo
parlando lui scese in tavernetta, aprì un armadio, e tirò fuori degli scatoloni pieni di carta. Sinceramente devo ammettere che rimasi sorpreso. Non avevo idea che potesse conservare tutto quel materiale. Me lo consegnò dicendomi: «Ecco,
questa è tutta la mia vita». L’ho tenuto per più di due anni. Quest’estate ho scritto il libro isolandomi per diverse settimane da mia moglie e da mia figlia.
D: Lei ha scritto un libro con il cuore, e questo si evince chiaramente leggendolo. Questo è sicuramente imputato al fatto che conosceva Roberto. Lei crede che uno scrittore estraneo all’evento lo avrebbe scritto diversamente?
R: Si, sicuramente. Ma mi rifaccio a quello che ha scritto Roberto Beccantini,
autore della prefazione: «è un libro di parte, ma della parte giusta».
D: Quale è stata la reazione di Otello Lorentini al suo libro?
R: Otello ha letto tutto prima di mandarlo in stampa. Glielo dovevo. Non ha avuto niente da dire.
D: Lei nel libro parla dei caroselli di Torino, di Arezzo, come di altre città italiane, che si sono formati subito dopo la partita per festeggiare la conquista della Coppa dei Campioni. Può rilasciare un commento a proposito?
R: (un attimo di pausa) Inaccettabile, ingiustificabile. Non esiste coppa, non esiste calcio quando ci sono 39 morti. Non credo ci sia bisogno di fare ulteriori
commenti.

L’intervista ad Andrea Lorentini
Andrea Lorentini oggi ha 21 anni, studia Scienze della Comunicazione a Perugia e ha un grande sogno: diventare giornalista sportivo. Nel maggio 1985 aveva 3 anni e mezzo e non ha alcun ricordo del padre Roberto. Ma omaggia il babbo tutte le settimane andandolo a trovare al cimitero di Arezzo. Andrea è stato cresciuto unitamente dal nonno Otello, dalla nonna e dalla mamma, dottoressa ematologa presso l’ospedale di Arezzo. Il nonno Otello gli ha trasmesso l’amore per il calcio, che Andrea ha praticato dall’età di 6 anni e fino ai 19, quando l’Università non gli ha più permesso di proseguire l’eventuale carriera da calciatore. Pane e calcio.
Queste le materie sulle quali si è formato Andrea, e sulle quali si è formato il
fratello Stefano, di un anno più giovane, studente di Fisica. Andrea è un ragazzo decisamente più intelligente e al di sopra della media dei suoi coetanei. Ci ha rilasciato un’intervista per ricordare il padre, per fare un suo commento sul suo personale dolore e sulla vita.

D: Andrea, che ricordi hai di tuo padre Roberto?
R: Purtroppo nessuno. Avevo tre anni e mezzo all’epoca. Conosco tutta la sua
storia. Me l’hanno sempre raccontata. E crescendo mi hanno anche spiegato di
quel giorno allo stadio Heysel e di cosa è successo dopo.

D: Tu non hai avuto un padre, ma ti ha cresciuto un nonno fantastico…
R: Sì, esattamente. E’ mio nonno, ma è come se fosse il mio babbo. E’, e sarà
sempre, la mia figura maschile di riferimento. Ma la presenza di mio padre c’è
sempre, ed è sempre con me.

D: E’ stato difficile per te vivere questa situazione in questi anni?
R: E’ stata una disgrazia immane, ma l’ho superata e l’ho vinta proprio grazie ai miei familiari. Non è, e non è mai stata, per me, una spada di Damocle.

D: Andrea, per quale squadra di calcio tifi?
R: Sono tifoso dell’Arezzo. Quest’anno forse riusciamo a passare in serie B. Ma, fra le grandi squadre, sono simpatizzante dell’Inter.

D: Essere simpatizzante dell’Inter è anche, forse, un modo per prendere le
distanze della Juve?
R: Sì, forse sì. Non lo nascondo.

D: Hai rancore verso la Juventus per quella tragedia?
R: Ho rancore per quei giocatori, alcuni Campioni del Mondo in carica, altri grandi professionisti, che hanno gioito per la vittoria della Coppa dei Campioni (una vittoria che io personalmente, come tanti altri, non riconosco) che hanno compiuto il giro d’onore a strage appena ultimata. Questo sì. E poi ho rancore verso la dichiarazione rilasciata nel dicembre dell’85, quando la Juve vinse la Coppa Intercontinentale e affermò che: «Questa coppa serve per dimenticare la tragedia dell’Heysel». Quella tragedia non si può cancellare con un’altra Coppa.

D: Nemmeno con la Coppa dei Campioni del 1996?
R: No. Quella del 1996 è, per me, la prima Coppa dei Campioni vinta dalla società bianconera. Nient’altro.

D: Tu scrivi una frase molto bella nella tua introduzione al libro: «Il calcio è vita».
Puoi commentarla?
R: E’ una conclusione che ho fatto praticando calcio. Il calcio riassume i valori
della vita: lo stare insieme, il socializzare, il rispetto dell’avversario, il divertimento. Ma la cosa più importante è sicuramente il rispetto per l’avversario. Per questo il calcio è vita.

fonte: www.lastampa.it