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L'anguria
22 August 2006 @ 14:23

L'anguria

Mi piace raccontare la mia infanzia perché è l'esperienza più comune a tutti gli esseri umani. Forse è per questo che si perde così tanto tempo durante una vita cercando di essere diversi da quello che si è realmente. Senza tregua, senza sosta si fa di tutto per trovare una via di fuga all'anonimato dell'uguaglianza, cercando cercando cercando la nostra identità, qualcosa che ci suggerisca: "IO! SONO! UNICO! E SPECIALE!". Ma è così banale andar per mare senza alcuno che sorrida lì al tuo fianco a dirti: "Non è vero!".
Tutti cadiamo in qualche modo nella trappola della vita, uscendo dalla stessa porta, la stessa che da grandi ci farà fare follie, ad occhi chiusi, grazie alla sofferenza di una madre che regala al mondo un'altra speranza, suo figlio, tu, la tua storia. E tutti impariamo a non toccare le rose pungendoci con le sue spine.
L'anguria che ho mangiato stasera nella mia Bologna (l'anguria dell'Agnese), mi ha ricordato una cosa buffa. Da piccoli quando si mangiava l'anguria c'era sempre aria di festa. Perché? I grandi stavano in giardino tutti seduti a chiacchierar di cose loro, a leggere, mentre noi piccoli facevamo a gara a chi sputava più lontano i semi di quel frutto così speciale, grande, dolce, colorato, estivo. Nonna buona, felice, nonno sordo contadino, mamma bella ed ex ragazza, babbo serio e dottorone, zio simpatico e dolcissimo, zia biondissima mia zia, fratellone compagnone, cugino già ometto con la barba, campagna solitaria al tramonto, verde e profumata. Le galline stupidine che si beccano a dispetto. Quel cagnone, così vecchio e permaloso.
Nascere e crescere in campagna mi ha fatto bene. Si giocava al mercato con gli avanzi della frutta che il nonno vendeva la mattina. La mia "ninna nanna" per tanto tempo è stata questa, cantata dalla mia mamma (stonatissima): "Don don don don, la mi meder l'è andè a massa, al mi baab l'è andè al marchè! Don don don don!". E se non riuscivo a dormire il babbo (non volentieri) veniva a raccontarmi la favola. Sempre la stessa.
Un asino si perdeva in campagna, dove abitava, e mentre cercava la via del ritorno veniva a piovere. Poi i tuoni, i fulmini, e lui spaventato si perdeva nella nebbia, probabilmente ferito. Un'ansia!
No. In effetti la mia infanzia non è stata molto comune. Se neanche la favola ci addormentava mio padre passava al piano B. Le temibilissime preghiere. Al secondo Padre Nostro io facevo già finta di dormire.
Le coperte su cui dormivamo erano state cucite a mano, questo già lo sapevo, e mi piaceva il contatto col lino grezzo, un po' ruvido, ma fresco!
Non dormivo mai, un po' come adesso. Ascoltavo i rumori della campagna, e mi chiedevo quali mostri si nascondessero nell'armadio, mentre mio fratello ronfava sereno.
Se mi prendevo troppa paura veniva il momento "Maammmmaaaaaaaaaaa!". Al terzo richiamo era già lì, sempre dolce e gentile. E mi baciava e mi dava la manina, raccontandomi la sua favola per me. Una storia sempre diversa ogni volta, ma con gli stessi protagonisti. Tartaruga Ruga, e Giraffa Raffa. Quando se ne andava ancora non dormivo, ascoltavo i suoi passi che silenziosi si allontanavano convinti di avermi addormentato, seguivo il suo percorso col pensiero fino a quando il rumore del suo corpo che si sdraiava sul suo letto non mi suggeriva di nuovo il silenzio. Poi qualcosa mi rapiva, piano piano, e mi portava sognando fino al mattino.
"Ora vivo da solo in questa casa buia e desolata, il tempo che davo all'amore lo tengo, solo per me. Ogni volta in cui ti penso mangio chili di marmellata. Quella che mi nascondevi tu. L'ho trovata".