01 Jun. 2006
30 May. 2006
26 May. 2006
24 May. 2006
08 May. 2006
01 May. 2006
28 Apr. 2006
07 Apr. 2006
28 Mar. 2006
27 Mar. 2006
26 Mar. 2006
05 Mar. 2006
04 Mar. 2006
27 Feb. 2006
18 Feb. 2006
18 Feb. 2006
15 Feb. 2006
15 Feb. 2006

Tu


13 Feb. 2006
10 Feb. 2006
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12

Noi scrittori sciacalli ai tempi della guerra
26 May 2006 @ 21:33

Noi scrittori sciacalli ai tempi della guerra

di Gunter Grass

da: La Repubblica di mercoledi 24 maggio 2006


Chi scrive sa che il filo del dubbio deve essere teso a far incespicare la fede affinche’ non ci lasciamo entusiasmare da speranze di cui solo il crollo sarebbe certo.
Inizio quindi con una premessa: il tema del congresso del Pen che si tiene a Berlino, “Scrivere in un mondo senza pace”, potrebbe suggerire l’ipotesi e addirittura avvalorare la pia diceria che siano esistiti tempi di pace. Niente affatto. Sempre, vicina o lontana ha infuriato la guerra. Spesso si e’ camuffata da “liberazione” o “normalizzazione” ma sempre e’ stata latrice di morte.
Non sono mancati i canti eroici o le scarne descrizioni delle guerre, galliche o altro che fossero.
Nel nostro tempo a intrattenerci sul grande e piccolo schermo, rese piu’ avvincenti da artifici, erano pellicole che traevano spunto da una serie ininterrotta di vicende belliche: ancora ruoli eroici in abbondanza.
L’Europa, che nel corso del secolo e’ stata costante motore di guerra, si e’ concessa, per quanto solo relativamente al continente, occasionalmente delle pause, ma sia per non perdere l’esercizio, sia per tutelare gli interessi dei suoi stati, in genere tra loro ostili, ha condotto in tutto il mondo guerre di conquista e coloniali.
Non basta: in fase di tregua un gran numero di scoperte pionieristiche sono servite in primis alla guerra, alla guerra moderna, anche nei casi in cui gli inventori fornirono in spirito del tutto pacifico solo la tecnica necessaria ad avverare l’antico sogno dell’uomo di volare come Icaro.
Come nei secoli precedenti, alla guerra veniva attribuita la paternita’ di tutte le cose.
La guerra c’e’ sempre stata.
E persino gli accordi di pace racchiudevano in se’, intenzionalmente o meno, il germe di guerre future, che i negoziati si tenessero a Munster o a Versailles.

Inoltre nel prepararsi alla guerra non ci si affidava e non ci si affida solo a sistemi d’arma subito desueti; il vecchio metodo di sottomettere e rendere docili i popoli attraverso il bisogno e’ efficace dai tempi biblici fino al presente globalizzato.
Willy Brant lo enuncio’senza mezzi termini in occasione del suo discorso di insediamento alle Nazioni Unite : “ Anche la fame e’ guerra!! “, esclamo’ piu’ di trent’anni fa, ai tempi della guerra fredda. Le statistiche relative alla mortalita’ e alla malnutrizione confermano ancora oggi la sua affermazione. Chi ha il controllo del mercato alimentare di base e gestisce, pilotando i prezzi, carenze ed eccedenze non ha bisogno di condurre una guerra tradizionale.
In questo mondo, senza pace che ruolo ha la scrittura ? I letterati, cioe’ tutti gli incisori di sillabe, contrabbandieri di suoni, creatori di parole, casse di risonanza di grida soffocate, i poeti forzati della rima e quelli che vi rinunciano, tutti loro, gli uomini e le donne della storia delle parole, da Troia a Bagdad, continuano a dolersi in metrica, a dar scarno resoconto, qui ad implorare la pace, la’ smaniosi di eroismo.
La frase trita: “Quando parlano le armi tacciono le muse”, e’ facilmente confutabile.
Per restare in linguaggio militare: noi autori siamo micce lente. Anche quando pensiamo di appartenere all’avanguardia letteraria arranchiamo dietro agli eventi, indubbiamente instancabili perche’ gli sfoghi omicidi del passato e del presente non ci sfuggono.
Cio’ che gli storici sono disposti ad accantonare resta a noi presente.
Noi scrittori siamo sciacalli. Viviamo di reperti, quindi anche dei resti arrugginiti della guerra.
Visitiamo i campi di battaglia da tempo edificati e i cumuli di macerie e troviamo il bottone dell’uniforme, la bambola di celluloide miracolosamente intatta.


Reperti come questi ci raccontano di soldati fatti a pezzi, di un bimbo rimasto sepolto.
Per quanto siamo lieti di ambientare la trama in luoghi pacifici, in azzurri paesaggi collinari, nel profondo dell’interiorita’, la guerra non sa abbandonarci.
Anche gli autori della generazione successiva alla mia, cui ai tempi della corsa agli armamenti e dei test nucleari veniva promessa la pace grazie alla mutua deterrenza, guardano sfogliando gli album di famiglia messi in salvo le foto del bisnonno o del nonno, compunti, appena sposati.
L’uno morto dissanguato durante la battaglia di Verdun, l’altro crepato nel corso della battaglia di mezzi corazzati di Kursk e gia’ vogliono che siano ricordati, riportati in vita, se non altro su carta.
Si puo’ raccontare la guerra?
Non e’ in agguato l’aneddoto a tentarci appena scampato il pericolo?
Come si legge una storia di guerra se a ordirne la trama e’ un sopravvissuto che, concentrato necessariamente su se stesso, deve parlare sempre in prima persona scomodando la sua memoria sforacchiata. Si puo’ dare solo un’immagine anche solo approssimativa del caos organizzato di una guerra con i mezzi della letteratura?
Oppure l’autore narrante e’ nella migliore delle ipotesi in grado di colmare le lacune lasciate dallo storico abbonato al documento.
Che cosa e’ accaduto tra la data di una battaglia e l’altra?
Com’era la vita quotidiana nelle retrovie?
Chi bisogna temere di piu’, il nemico o la propria polizia militare? Cosa non si trova nelle statistiche?
In occasione del quarantanovesimo congresso del Pen internazionale ad Amburgo vent’anni fa questa assemblea si riuni’ per dibattere il tema “ La storia contemporanea nello specchio della letteratura internazionale”. Anche allora mi tocco’ l’onore di tenere la relazione introduttiva.
Era intitolata “ Lo scrittore come contemporaneo” . Citai ad esempio di partecipazione contemporanea la Guerra civile spagnola. Perche’ questo esercizio in vista della Seconda guerra mondiale imminente ebbe piu’ di ogni altro ripercussione nelle testimonianze letterarie, parte durante la lotta, parte in seguito.
Ne furono testimoni oculari Neruda ed Hemingway, Orwell e Malraux, Bernanos e Koestler, Kisch e Regler solo per fare qualche nome.
Citai brani dal romanzo di Gustav Reglers Das Ohr des Malchus e da Omaggio alla Catalogna di Gorge Orwell. Perche’ entrambi gli autori resero palese nei loro libri il tradimento dei comunisti ai danni della repubblica spagnola e il terrore della polizia sovietica GPU ai tempi di Stalin.
In conseguenza entrambi gli autori vennero banditi in campo comunista. E questo per decenni. Quando, vent’anni fa, al congresso Pen di Amburgo si parlava dei libri di questi autori, si ergeva ancora il muro, a seguito della guerra fredda l’Europa era ancora divisa in est ed ovest e i suddetti libri all’est erano ancora proibiti.
Al mio discorso segui’ un acceso dibattito. I testimoni contemporanei della Guerra civile spagnola continuavano a suscitare quella reazione che turba gli ideologi cui miravano allora Orwell e Regler: volevano far luce sulla verita’ ad ogni costo!
Perche’ questa retrospettiva? Il tema di quel congresso Pen che nel frattempo ha assunto un’aura storica non si discosta da quello dell’odierna assemblea. Anche nel mondo senza pace di oggi si perpetua la contemporaneita’ degli scrittori. La politica del potere e il cinismo del potere erano allora e sono oggi determinanti.
L’unica differenza e’ che allora si fronteggiavano due potenze mondiali dotate di armi atomiche che di volta in volta, sulla base di una concezione imperialistica di se’, ovvero senza farsi scrupoli, conducevano le loro guerre, in Vietnam piuttosto che in Afghanistan.
Oggi, e non si e’ rivelato un vantaggio, ci viene servita la ubris di un’unica grande potenza che ha trovato l’oro alla ricerca di un nuovo nemico.
Vuole sconfiggere con le armi il terrorismo – vedi Bin Laden – che ha contribuito a creare.



Ma la Guerra da lei voluta contro le leggi del mondo civile promuove il terrore e non puo’ avere fine.
Non mi riferisco solo alla guerra in Iraq, in atto da tre anni. In alternativa e in contemporanea le dittature – c’e’ l’imbarazzo della scelta – vengono definite stati canaglia, il che di norma rafforza la struttura del potere fondamentalista nei paesi oggetto di arroganti minacce di intervento militare.
La politica che porta a definire un paese, sia esso l’Iran, la Corea del Nord o la Siria, potenza del male, non potrebbe essere piu’ stupida e quindi piu’ pericolosa. Si arriva persino a minacciare di ripetere un crimine di guerra, l’impiego di armi nucleari. Ma tutto il mondo fa orecchie da mercante e dichiara la sua impotenza.
Nel migliore dei casi rifiuta di partecipare ad altre guerre in vista.
Esemplare e’ stato il no dei governi francese e tedesco, cui si uni’ in seguito, quello spagnolo, a farsi complici del comportamento inevitabilmente criminale della superpotenza americana, ma anche se sono venute a galla menzogne e vergognose pratiche di tortura il governo inglese continua a mostrarsi sordo, come se lo spietato colonialismo, tradizione dell’Impero britannico potesse e dovesse perpetuarsi sotto la responsabilita’ del Labour Party.
Questa servile fedelta’ all’alleanza ha provocato reazioni: a dicembre dello scorso anno e’ stato pubblicato il discorso di Harold Pinter in occasione dell’attribuzione del premio Nobel. Con esemplare essenzialita’ il drammaturgo esprimeva la sua opinione di scrittore e quindi di cittadino britannico.
Il suo discorso amaro, senza riguardi per nessuno, ha provocato qui in Germania, persino delle colonne culturali del Frankfurter Allgemeinen attacchi indignati.
Un critico teatrale di nome Stadelmaier ha tentato di ridicolizzare Pinter liquidandolo come appartenente alla vecchia sinistra, autore di piece da tempo superate.
Ci si e’ scandalizzati di fronte alla rivelazione di verita’ edulcorate, nascoste dietro una trama di menzogne. Qualcuno, uno scrittore, uno di noi, si era avvalso nel mondo senza pace del diritto di accusa.
Cito dal discorso di Harold Pinter “ Gli Stati Uniti hanno sostenuto e in molti casi generano tutte le dittature militari di destra del mondo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Mi riferisco all’Indonesia, alla Grecia, all’Uruguay, al Brasile, al Paraguay, ad Haiti, alla Turchia, alle Filippine, al Guatemala, a El Salvador,e, ovviamente al Cile. Gli orrori che gli Stati Uniti inflissero al Cile nel 1973 non potranno mai essere espiati ne’ perdonati.
In questi paesi si sono avuti centinaia di migliaia di morti. E’ vero? E le morti sono in tutti i casi attribuibili alla politica estera Usa? La risposta e’ si, le morti ci sono state e sono attribuibili alla politica estera americana. Ma non se ne sa nulla.

“Non e’ mai accaduto. Non e’ mai accaduto nulla . Anche nel momento in cui accadeva non stava accadendo. Non aveva importanza. Non interessava a nessuno. Gli Stati Uniti hanno compiuto crimini sistematici, costanti, feroci, spietati, ma in pochissimi ne hanno davvero parlato. Bisogna darne atto all’America. Ha praticamente una cinica manipolazione del potere in tutto il mondo, camuffandosi da forza che persegue il bene universale. E’ un esercito di ipnosi geniale, persino spiritoso e di grande efficacia”.

Nel corso del suo intervento Harold Pinter ha posto l’interrogativo: “Quante persone bisogna uccidere per meritare il titolo di criminale di guerra, autore di omicidi di massa? “
Non bisogna liquidarlo con leggerezza come interrogativo retorico, perche’ coglie la consuetudine sperimentata e ipocrita dell’Occidente di conteggiare le vittime, il bodycount. Ci sforziamo di tenere la contabilita’ delle vittime degli attentati terroristici – che sono gia’ un numero spaventoso – ma nessuno conta i cadaveri dopo i bombardamenti e gli attacchi missilistici americani.


Che si tratti della seconda o della terza guerra del golfo – la prima fu condotta da Sadam Ussein appoggiato dagli Usa contro l’Iran, il numero delle vittime si presume nell’ordine delle centinaia di migliaia.
Di certo ogni soldato che rientra nell’attento computo dei 2400 americani caduti fino ad oggi nell’attuale guerra in Iraq va pianto come defunto, ma questo elenco delle perdite non puo’ a posteriori giustificare una guerra illegalmente iniziata e condotta in maniera criminale e di certo non puo’ compensare il numero colossale di donne e bambini uccisi e mutilati, che dal punto di vista occidentale viene banalizzatocon la barbara perifrasi “danni collaterali”.
Quindi anche secondo la valutazione occidentale esistono non solo vivi, ma morti di prima, seconda e terza classe.
Tutti sono vittima di alterno terrorismo. Harold Pinter ha chiamato l’ingiustizia col suo nome.
Ha dimostrato in modo esemplare quali effetti puo’ avere “scrivere in un mondo senza pace”.
Noi scrittori siamo chiamati a contare i morti non solo diversamente, cioe’ al di la’ di ogni schieramento, ma anche, in base al nostro particolare talento,a estrapolare i singoli morti, amici, nemici, donne o bambini che siano,dalla massa dei sepolti in fretta e furia senza nome cosi’ che ciascuno sia riconoscibile come vittima di un processo che si chiama guerra e ha molte cause.

Chi ha voluto la guerra? Quali bugie ne hanno occultato lo scopo? A chi giova? Quali titoli di borsa fa salire? Chi ha fornito a chi le armi che hanno dispensato cosi’ abbondantemente morte? E ancor piu’ che chiederci, come un tribunale , chi sia il colpevole, dovremmo preoccuparci di stabilire quando ne siamo diventati complici. Nel momento in cui abbiamo detto solo un tiepido no?
Quando ci siamo fatti convincere che non era la nostra guerra?
Nel momento in cui pensavamo variando il detto “quando parlano le armi tacciono le muse” di fare bella figura di fronte a coloro che da sempre reputano che il poeta dovrebbe prendere le distanze dalla volgare realta’ quotidiana, quindi dalla sporca politica e mantenere pulita l’arte?

Quando coraggiosamente ci siamo salvati tacendo?
Parlo per esperienza. Avevo sedici anni quando andai soldato. A diciassette imparai ad avere paura. E tuttavia credetti fino alla fine,quando ormai tutto era andato in frantumi, alla vittoria finale.

Da allora la guerra non vuole abbandonarmi, neppure nelle pause chiamate pace.
E’ come un brivido a posteriori, una scossa di avvertimento.
E’ una rogna recidiva.

(Copyright Gunter Grass “La Repubblica”)