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Padremadre
04 March 2006 @ 12:22

Padremadre

"Non so dove tu sia in questo momento. Preferisco non saperlo.
Non so dove tu abbia messo quella testa ben pettinata in questi anni. In che scatole tu abbia ficcato le tue lucide mani.
Non lo so quante merde hai calpestato mentre ti nascondevi, e con quanta leggerezza e per quanti chilometri hai camminato senza accorgerti che ti stavo seguendo col pensiero. Ma so che hai lasciato tracce in me e fuori di me.
Hai reso tuo figlio orfano. Hai reso mio padre pazzo. Hai rotto gli argini che separano la fantasia di un bambino dall'orrore dei suoi incubi.
La tua ombra ha minacciato e corrotto il mio orgoglio, fustigato a suon di bestemmie la mia parola. Con la tua vernice tossica hai imbrattato ogni muro di ogni stanza di ogni luogo in cui mi fossi recato per proteggermi.
Di te conosco solo il tuo nome, e sarà l'unico nome che non darò a mio figlio. "Non ti perdonerò mai!" Così le dicevo. Con voce ferma e disperata. Poi ho intravisto il buio. Ho aperto piano le mie palpebre ancora tremanti. Ad occhi spalancati, cieco, ho respirato profondamente. Mi ero pisciato addosso. Non mi capitava da due anni. Dalla notte prima del compleanno di zia Sabry. Quel compleanno è stato divertente, poichè l'atteso momento della torta e del conseguente sorriso di mia zia, fu preceduto da una delle mie solite generose intuizioni. Una cantante lirica, vestita da cantante lirica, era entrata in sala da pranzo senza essere presentata e aveva intonato in modo sublime l' "Ave Maria" di Schubert.
Nonno mi aveva guardato con ammirazione. Papà mi aveva fatto "OK." con un segno delle mani. Zia aveva pianto. Il suo orologio, che porto sempre al polso, segnava dieci a mezzanotte; ogni cosa era andata come doveva andare. Grazie a me. Poi mi sono scoperto. Mi sono alzato in piedi. Mi sono spogliato del pigiama blu, appesantito dall'urina. Mi sono tolto le mutande grondanti di piscio. Sono entrato in bagno immaginandomi dov'era la porta. Ho acceso la luce. Ho girato verso destra il pomello che aziona la doccia. Regolato la temperatura dell'acqua sui 38 gradi. Mi sono annusato i piedi. Ho chiuso la porta del bagno. Ho sfiorato con le dita l'acqua per sentirne la temperatura. Mi sono guardato allo specchio. Nudo. Mi sono guardato l'uccello. Ancora. Poi ho spento la doccia bagnandomi il braccio. Mi sono seduto sul cesso. ho pensato che dovrei cambiare colore a quelle piastrelle, sono troppo lucide, a me piacciono le superfici opache. Quando dormivo ancora da mio padre, fino a 5 anni fa per intenderci non facevo caso a questo genere di problemi, e la notte dormivo molto meglio tra le altre cose. Ho aperto l'armadio a scomparsa alla mia destra. Ho tirato fuori tre pigiami. Li ho annusati. Profumavano di stoffa e di tovaglia. Ho messo quello verde che mi ha regalato per Natale mia nonna. Ho spento la luce del bagno. Nel buio sono tornato a letto. Ho acceso la tele. Erano le 4.40. La ho spenta. Vienna dorme? I miei amici stanno bene? Mia nonna sta bene? Mio padre mi pensa? Ho fatto quel sogno più volte durante la stessa notte, quello in cui parlo al telefono con mia madre, lo stesso incubo, sempre quello, ripetutamente. Poi mi sono svegliato. Mi ero pisciato addosso di nuovo. "E' strano! Quando indosso il pigiama che mi ha regalato mia zia non mi capita mai di fare brutti sogni." - ho pensato. Era già pomeriggio inoltrato. Un debole raggio di sole entrava di soppiatto dalla fessura che divide la porta di legno dal pavimento in resina. "E' bello che finiscano gli incubi" ho sussurrato a me stesso. Poi mi sono masturbato per festeggiare l'inizio di un nuovo giorno. La fine di una delle mie notti. Poi mi sono alzato. Sono andato in bagno. Mi sono guardato allo specchio. Ho girato verso sinistra il pomello. Mi sono fatto una doccia gelata come piace a me. Mi sono lavato i piedi. Mi sono pettinato. Ho annusato il pettine. Il suo odore mi ricordava l'odore della cute. Mi sono dato la crema antirughe di mio padre sulla pelle del viso. Il suo profumo mi ha ricordato il mio passato. Mi sono lavato via il profumo e la crema con il sapone. Mi sono vestito con la tuta nera, comoda, le scarpe da ginnastica, la t-shirt, una felpa con la zip rotta, e finalmente sono uscito di casa.
Quando mi capita di sognare mia madre, anzi, quando mi capita di sognare una conversazione al telefono con mia madre, è chiaro che non posso pretendere di essere allegro, di avere una faccia comoda per intenderci, e preferisco evitare l'incontro, anche casuale, con chiunque mi conosca. L'unica persona alla quale permetto di vedermi in questo stato è Fabio. Uno dei protagonisti di questa mia vita.
Fabio è il più giovane fra di noi, ed è qui perchè 2 anni fa, alla festa di zia Sabry, mi disse che avrei dovuto scrivere un libro intero su di lui un giorno.

"Un libro su di te?"
"Si! Un libro! Dovresti raccontare al mondo chi sono, basterebbe!"
"Ma questo non interesserebbe a nessuno Fabio!"
"Tu dici così perchè... (senza finire la frase, interrompendosi da solo)... Sai quanti Fabio ci sono la fuori che non aspettano altro?"
"Quanti?"
"Nessuno! Per questo devi raccontarmi, tu che sai scrivere!"
Questo è Fabio. Fabio vive da solo. Anche io. Fabio ama il cibo, soprattutto quello salato. Anche io. Fabio non è fidanzato. Neanche io. Fabio è figlio unico. Anche io. Fabio suona il pianoforte. Anche io. Fabio non si droga. Neanche io. Fabio ascolta musica classica. Anche io. Fabio ha gli occhi dolci. Anche io. Fabio dorme male. Anche io. Fabio beve parecchio. Anche io. Fabio ha 26 anni. Anche io. Fabio è megalomane.
"Io non sono megalomane!"
"Certo che lo sei! Non ti senti?"
"Tutti i grandi della storia sono stati megalomani!"
"Solo i megalomani pensano che tutti i grandi lo siano stati. Ma non è vero. E poi "grande" per me non è altro che un aggettivo fin troppo generico. Nella musica, lo sai meglio di me, esistono cosi tante variazioni di stile, di intensità, di timbrica, di interpretazione, che il termine "grande", già alquanto riduttivo se si vuol descrivere un oggetto, risulta ancora più generico e privo di valore se si vuol raccontare una persona e le sue gesta."
Dimenticavo che Fabio russa. Anche io.